Reazione a Catena

Su un punto siamo tutti concordi: i risultati scolastici, in termini di apprendimenti, sono calati negli ultimi trenta anni. Le teorie per spiegare il tracollo fioccano, ma qui vorrei riflettere su una delle conseguenze future.


Su un punto siamo tutti concordi: i risultati scolastici, in termini di apprendimenti, sono calati negli ultimi trenta anni. Le teorie per spiegare il tracollo fioccano. Anche questo è un fatto acclarato: non siamo d’accordo sulle cause. Noi de il Gessetto incolpiamo principalmente teorie pedagogiche fallimentari. Altri dicono che i risultati sono scarsi solo se paragoniamo l’attuale scuola di massa, inclusiva, con quella selettiva che l’ha preceduta e che non tornerà più. Ci sono anche altre teorie, ma in questo articolo non rivangherò il passato. Vorrei invece riflettere su una delle conseguenze future.

Chi è diventato insegnante negli ultimi venti anni è, suo malgrado, frutto di una scuola e di una università che non funzionano più come un tempo. Non dico che è un somaro, né lo escludo; sappiamo che è, in media, meno preparato rispetto agli insegnanti del ‘900. Come potrà riuscire ad insegnare ciò che non ha imparato? E’ possibile, al momento della selezione, verificare la sua preparazione? Viene fatto? La scuola italiana riesce ad attirare i migliori laureati? Se lo pone come punto di onore? Andremo sempre più giù? Alunni sempre meno preparati che diventano insegnanti sempre meno preparati che a loro volta sfornano alunni ancor meno preparati, eccetera? Siamo entrati in questo circolo vizioso?

Voglio ricordare un aneddoto di qualche anno fa, circa sette, sperando di ricordarlo bene. Nell”istituto dove insegnavo all’epoca, tenne una conferenza un ex-dirigente che aveva fatto carriera nelle gerarchie ministeriali ed aveva scritto molti libri. Si chiamava Carlo Petracca. La sua opinione, per quel che mi ricordo, era che il concorso non deve verificare le conoscenze specifiche della disciplina di insegnamento. Il fatto stesso che il candidato sia laureato dimostra che tali conoscenze ci sono già, indubitabilmente. Il concorso deve limitarsi a verificare le capacità didattiche del candidato. A giudicare dagli ultimi concorsi, quel dirigente ha ottenuto tutto quel che desiderava.

Io non sono per nulla d’accordo, per due motivi. Il primo è che le università soffrono della stessa malattia della scuola. Oggi le università sfornano laureati impreparati così come le scuole sfornano diplomati impreparati. Se era giusto controllare le conoscenze cinquanta anni fa, a maggior ragione è giusto farlo oggi. Il secondo motivo è che non dovrebbero esistere percorsi universitari orientati ad una singola professione. All’università si dovrebbe imparare solo la disciplina da insegnare e non il come insegnarla. Quest’ultima tecnica la si dovrebbe imparare solo dopo aver superato il concorso.

Credo però che ci sia dietro dell’altro. Non si vuole verificare la preparazione universitaria perché non si vogliono attirare i migliori laureati. Sono molte la strategie con la quali essi vengono respinti:

(1) lo stipendio basso, che viene da qualcuno considerato la causa principale dello scarso appeal della scuola come scelta lavorativa, secondo me è l’ultimo dei motivi

(2) il lungo periodo di precariato

(3) lo scarso prestigio sociale

(3) la mancanza di potere decisionale: l’insegnante, malgrado sia un laureato, ha un potere decisionale quasi nullo; in pratica non può scegliere in autonomia neanche i libri di testo da adottare perché la decisione spetta al consiglio di classe ed al dipartimento disciplinare

(4) i messaggi espliciti: quando entri la prima volta in una scuola, se vengono a sapere che hai avuto una brillante carriera universitaria può capitare che i colleghi ti prendano da parte per dirti “mi raccomando, cerca di parlare nella maniera più elementare possibile quando sei in classe, i nostri ragazzi sono semplici e sensibili“; se poi arrivi in una scuola media, il dirigente potrebbe suggerirti di fare domande alle superiori, perché lui ha già deciso che tu non sei adatto per la sua scuola

Che ne sappiamo, però? La passione per l’insegnamento, o le circostanze della vita, potrebbero condurre i giovani più brillanti sulla via dell’insegnamento. Io, come semplice contribuente, vorrei sapere dal ministero: cosa fa per attrarre i giovani più capaci? Sarebbe possibile sapere, con tutti i data-base a disposizione, nel rispetto della privacy, se i nostri attuali insegnanti erano, da ragazzi, i migliori o i peggiori studenti delle rispettive classi? Il ministero preferisce insegnanti che la pensino in maniera originale oppure dei burocrati che eseguano meccanicamente gli ordini impartiti dall’alto?

A questo punto verrebbe naturale aggiungere la fatidica domanda: continuando così, nel 2055 importeremo gli insegnanti dall’estero? La risposta già la conosco ed è no. Se continuiamo così, non ci sarà bisogno di insegnanti come quelli attuali. Gli insegnanti saranno sostituiti da dei facilitatori. Il loro compito principale sarà quello di prevenire che gli alunni si infilino le penne negli occhi. Le vere spiegazioni le fornirà l’intelligenza artificiale. Saranno delle lezioni frontali in tutto e per tutto ma non verranno chiamate in tal modo. Ai computer verrà anche affidato il compito di correggere i compiti ma non quello di mettere i voti. A quello ci penseranno, ufficialmente, i facilitatori i quali, a loro volta, utilizzeranno di nascosto l’intelligenza artificiale.

3 Commenti

  1. Negli Stati Uniti ci si lamenta degli insegnanti perché sono regolarmente stati gli studenti più ignoranti e dalle Schools of Education hanno ricevuto solo una infarinatura di pedagogia attivistica e di psicologia con cui fanno gli animatori e i manipolatori (quest’ultima funzione pare li renda molto fieri di sé). Al tempo di Bush alcune scuole assunsero, anziché gli insegnanti abilitati, i neolaureati e scoprirono che facevano meglio; ma, ahimè, abbandonavano la professione dopo poco, per trovarne di migliori e più remunerative. Il degrado della scuola è degrado degli insegnanti. La mia previsione è che chi è giustamente preoccupato per i figli, cercherà una soluzione diversa dalla scuola pubblica, che diventerà sempre più squallida.

  2. Io non ci sto! Se per gli alunni i risultati sono palesi ed inoppugnabili non altrettanto si può concludere per i docenti. Abbiamo dei dati? Non mi pare. Concordo che le premesse per il degrado progressivo dei docenti ci siano tutte. Ma non penso affatto che si possa generalizzare. O perlomeno, diciamo che i danni si possono riscontrare solo nei docenti più giovani.

  3. Marco Palumbo: non vedo nessuna differenza fra quello che ha scritto lei e quello che è scritto nell’articolo. E’ ovvio che i docenti di domani sono gli alunni di oggi. L’articolo non afferma che i docenti non siano preparati, ma si chiede se possano esserlo, visto che i laureati di oggi non hanno, in media, la stessa preparazione di quelli di trenta anni fa e visto che la scuola non attrae i laureati più brillanti.

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