“Adolescence”: l’immagine in movimento del disastro scolastico
Un’opera cinematografica diretta da Philip Barantini ed ideata da Jack Thorne e Stephen Graham traccia il ritratto di una scuola che ha ormai perso del tutto la bussola.

Adolescence è una recente miniserie in quattro episodi, ognuno dei quali mira al rispetto dell’unità aristotelica di luogo, tempo ed azione. I fatti ruotano attorno all’omicidio di una ragazzina, per il quale viene accusato un tredicenne (interpretato dallo straordinario esordiente Owen Cooper).
In rete oggi si discute molto di quest’opera, ma, sebbene essa ponga con forza – tra gli altri – il tema del disastro educativo nel Regno Unito, in Italia se ne sono accorti in pochi: nelle numerose recensioni si sviscera tutto (dai lunghissimi piani-sequenza alla solitudine degli incel) fuorché ciò che accade nella scuola, che occupa per intero il secondo episodio.
Durante quest’episodio gli inquirenti cercano informazioni (in particolare sull’arma del delitto) presso la “Bruntwood Academy”, istituto frequentato dai giovanissimi protagonisti della vicenda. Il quadro che ne ho ricavato giustifica pienamente l’allarme legato all’inconsistenza strutturale della scuola come agenzia educativa, e finisce coll’interrogarci sull’attuale subalternità culturale della scuola italiana al modello di istruzione anglosassone, messo a nudo così spietatamente nel lungometraggio.
Tutte le scene, girate da una regia sapiente, capace di coordinare i contributi corali e quelli individuali, si svolgono all’interno di un ampio edificio moderno, molto ben tenuto ed arredato (almeno per gli standard cui siamo abituati in Italia). Lì, in pochi minuti, si manifestano i sintomi di un male profondo ed insanabile, perché annidato nelle credenze più consapevoli degli adulti, del tutto inadeguati a proporsi come guide agli occhi degli allievi. Gli insegnanti sono in loro balia, paiono incapaci di reagire, restii ad assumere posizioni ferme, quasi che la loro possibile fermezza equivalesse ad una forma di violenza contro la palese ostilità degli ragazzini, che – non sia mai! – devono essere ascoltati e compresi anche nelle uscite più irrispettose ed insultanti.
Il mio pensiero, da tempo sensibile alle distorsioni pedagogiche, è andato all’arroganza nascosta nella pretesa di questi insegnanti di mostrarsi superiori al conflitto educativo, come se il loro ruolo li obbligasse in ogni istante ad assumere una posizione neutrale, non-giudicante, senza memoria. Ma in questi adulti ho avvertito anche molta paura: la paura di essere insultati, di subire violenza e di perdere la faccia più di quanto non sia già accaduto; la paura di non avere argomenti in propria difesa che non siano dogmatici, fondati sul principio di autorità; la paura di scegliere finalmente da che parte stare, di spiegare che cosa è tollerabile, che cosa è maleducato, che cosa è vero, esponendo se stessi al giudizio spietato del gruppo degli adolescenti.
I locali della scuola appaiono popolati dall’egregore incallito di troppi adolescenti violenti, annoiati, pronti al lamento, alla battuta cattiva ed alla domanda inopportuna. Una ragazzina addolorata per la perdita dell’amica, viene interrogata dalla polizia poiché pare informata di alcuni fatti rilevanti: da subito si rivela incapace della minima autodisciplina emotiva, incapace di contenere il proprio dolore senza trasformarlo in aggressività e risentimento; dunque inveisce rabbiosamente contro i poliziotti; e più tardi si fa giustizia sommaria da sé, prendendo a calci in faccia un coetaneo, senza che nessuno trovi la forza di fermarla per tempo.
La scuola descritta in Adolescence è altresì satura degli psicologismi d’accatto di molti educatori che, come pupazzi imbarazzati inidonei a tenere le redini del gruppo, ne subiscono le regole soffrendo in silenzio. Ovunque aleggiano un nichilismo ed uno scetticismo che solo il potere dei social network è capace di adunare in un io collettivo ormai corrotto, tribale, pronto al sacrificio; gli adulti non hanno le forze per chiedere ai ragazzi di riporre i telefoni cellulari o per rompere i legami viziosi ch’essi consentono: tantomeno per mettere la cultura al centro della scena.
In non meno di tre occasioni, in classi diverse, i professori in cattedra (per modo di dire) non ci vengono mostrati mentre spiegano o mentre dialogano; ci vengono altresì mostrati mentre avviano la riproduzione di un filmato sul monitor interattivo affisso alla parete di fronte ai ragazzi, dopo l’interruzione dell’ordinaria prassi didattica dovuta alla presenza dei poliziotti. Questi, al termine del giro tra le classi, esprimono il proprio disgusto per quell’ambiente puzzolente, forse alludendo a tutto ciò che anche a me – durante la visione – è parso marcio: è la semplice consunzione delle relazioni umane che avanza sotto la superficiale organizzazione istituzionale, gremita di figure evanescenti.
Non ho molto altro da aggiungere senza rischiare d’andare fuori tema; ma posso scrivere con certezza che quella di Adolescence è una netta dichiarazione di fallimento di un intero paradigma pedagogico: quello fondato sul mito del bon enfant, sull’attivismo, sul pragmatismo, sul puerocentrismo, sull’emotivismo e infine sulla pretesa potenza degli “ambienti di apprendimento tecnologici”, che solo una mente vivace, critica e disciplinata può sperare di governare senza smarrirsi: una mente istruita per la quale la scuola di Adolescence non sembra affatto operare.
Analisi lucida e senza concessioni al buonismo e possibilismo che sembrano imperare ovunque.
Allievi a livello delle orde barbariche, docenti paralizzati – diciamola tutta – da codardia e timore di perdere il posto.
Avanti tutta: se vi avanza tempo, leggete Gibbon e la sua storia della Decadenza e Caduta dell’Impero Romano. Niente di nuovo sotto il sole: sembra di leggere i quotidiani attuali.
Facciamoci calpestare, restiamo pure imbelli a sopportare, con qualsivoglia giustificazione, questi cretini all’assalto. Almeno, ai tempi delle orde barbariche, non c’erano le chat delle mamme dei barbari.
Desolante ma vero. Cercherò di guardare la serie. Aggiungo solo due considerazioni.
– Oltre alle paure indicate ne aggiungerei una, la paura di subire sanzioni anche pesanti da parte di Dirigenti e genitori, (procedimenti disciplinari, denuncie, etc.) I Dirigenti e i genitori non sono tutti uguali, per fortuna, ma ce ne sono non pochi che sembrano non cercare altro che un pretesto per accanirsi.
– Già parecchi anni fa, lo sciagurato PCTO era stato appena introdotto e si chiamava ancora scuola-lavoro, pervennero lamentele da una Ditta perchè gli studenti agli incontri programmati arrivavano sempre con forti ritardi, parlandone con una collega questa mi dice: “ecco vedi, perlomeno così imparano un po’ di disciplina.”
Una dichiarazione di resa; siccome non riusciamo a ottenere un minimo di disciplina, cioè poi il senso del limite, il freudiano principio di realtà, deleghiamo anche questo a qualcosa al di fuori che con la scuola e i suoi obbiettivi non ha niente a che vedere. Ciliegina sulla torta, venne convocato un C.d.Classe aperto a tutti i genitori, un padre intervenne dicendo: “Per forza che sono in ritardo, non è colpa loro, vicino alla Ditta XYZ non c’è parcheggio”.