Fare scuola in modo “scientifico: le origini di una dannosa ubriacatura

La scuola è un luogo dove per molto tempo sono state distillate pratiche efficaci che la velleità scientifica non può pensare di spazzare via: se non facendocene pagare i costi enormi.


Il politologo statunitense Henry T. Edmondson attribuisce grande importanza alle idee diffuse da John Dewey, e ritiene che i loro effetti vadano ben al di là di quelli prodotti sul sistema scolastico americano. Il tentativo di introdurre la teoria sperimentale all’interno di tutte delle scelte di vita dei cittadini (e in particolare degli insegnanti) è indizio di uno scientismo ingenuo, a seguito del quale anche i modi tradizionali della trasmissione del sapere nelle scuole sono stati spazzati via in nome di una lotta senza quartiere ai concetti di verità ed autorità.
Edmondson prende le distanze da queste idee di Dewey, ed invita ad una lettura più critica dei suoi celebrati testi in vista di un abbandono del loro dannoso paradigma, diffusosi un po’ ovunque in Occidente.

Leggiamo un breve brano di Edmondson tratto dal suo libro sull’argomento.

Dewey sottolinea che tutte le dottrine, sia filosofiche sia religiose, non sono più che “ipotesi” fino a quando non vengono testate e verificate. Questa visione costituisce il filo conduttore di tutta la sua opera, ma è resa più esplicita in Quest for Certainty (1929), in cui auspica un’epoca in cui “la teoria sperimentale” possa costituire il nucleo “dell’attitudine operativa di ogni persona nei confronti della vita” (pp. 277). Ciò che Dewey non riesce a riconoscere, o forse ad afferrare, è che non tutti i fenomeni possono essere “testati” attraverso l’osservazione e la verifica empiriche. Forse, però, egli semplicemente trova conveniente usare il prestigio accordato al metodo scientifico per screditare ciò in cui egli non ha alcuna fiducia, vale a dire “la verità delle credenze religiose, morali e politiche.” Tali credenze, con il loro corrispettivo di “intolleranza e fanatismo,” ci inducono a pensare che esistano “una verità ed una autorità intrinseche.”

Qualsiasi sia la sua motivazione, Dewey ritiene che il metodo scientifico composto dall’osservazione, dalla formulazione di ipotesi, e dalla sperimentazione debba ora essere il propellente intellettuale della scuola. Dewey si riferisce alla metodologia scientifica come all'”intelligenza” che egli designa quale corretto modus operandi della scuola una volta che la pedagogia tradizionale venga messa da parte (Democracy and Education, p. 228). Il metodo scientifico permetterà agli educatori di rinunciare “alla stampella del dogma, delle credenze fissate dall’autorità” (p. 339). Dewey sostiene che, se i pedagoghi tradizionalmente orientati si opporranno al suo progetto di sperimentazione scolastica, il curriculum consisterà in null’altro che lo studio dei “classici, delle lingue non più parlate” (p. 229). Tale empirismo è anche il cuore del “pensiero critico” che Dewey ha in mente per i suoi studenti. Questo è il dogma scientista su cui egli insiste e che essi devono acquisire e praticare.

Si comincia dunque a notare che lo studente che ha in mente Dewey non è affatto libero di decidere da sé ciò che è culturalmente significativo (nel senso attribuitogli dal filosofo) perché al di sopra di tutti questi giudizi si libra il suo criterio di “utilità”. Se, ad esempio, la poesia non può essere “una risorsa per la vita”, essa è “poesia artificiale” o, in altre parole, non è un oggetto di studio autentico. Inoltre, i giudizi di valore che l’allievo emette sono soggetti ad una costante valutazione da parte dell’insegnante per accertarne l’utilità strumentale ed evitare l’inevitabile ma pericoloso accumulo di materiale puramente tradizionale o, come dice Dewey, di “materia ereditata”. Tale valutazione è senza alcun dubbio un compito difficoltoso. Ma una misura del valore strumentale è la risposta dell’alunno: “quando gli alunni sono sinceramente interessati a imparare il latino, questo è di per sé la prova che ha un valore”. Ciò che piace agli studenti è ciò che è valutabile ed è utile (p. 231-42).

Dewey sostiene, per di più, che solo la piena integrazione del metodo scientifico nell’educazione può creare una classe democratica e preparare gli studenti a risolvere gli intrattabili problemi sociali che li attanagliano. Per Dewey, “ogni passo in avanti” nelle scienze sociali dipenderà dal “metodo di raccolta dei dati, di formulazione delle ipotesi e di applicazione pratica”. Non c’è altra saggezza per guidare le faccende umane (p. 285). Resta solo l’applicazione del pensiero scientifico per risolvere “problemi particolarmente complessi come la pazzia, l’intemperanza, la povertà, l’igiene pubblica, l’urbanistica e la conservazione delle risorse naturali” (p. 285). Anche se negli anni successivi Dewey avrebbe cercato di prendere le distanze dalla propria irresponsabile, se non scandalosa, sperimentazione progressista, non avrebbe dovuto sorprendersi del fatto che la sua autorità sarebbe stata chiamata a giustificare sia il discredito per apprendimento sui libri di testo, sia l’esclusione a pieno titolo dei libri di testo dalle classi a favore di un improvvisato ed irresponsabile vagabondaggio nelle aule. Il prezzo di questa sperimentazione, per di più, è che i “soggetti” della sperimentazione – gli alunni – devono subire gli errori dello sperimentatore. Quando si ha a che fare con soggetti umani, questo costo non può essere giustificato.

Come già detto, Dewey non era in grado di offrire una spiegazione della natura umana migliore di quella fornita dalle tradizioni intellettuali classiche e cristiane. Piuttosto, la sua ambizione era quella di incoraggiare la sperimentazione nella speranza di scoprire una tale spiegazione, poiché, a suo parere, la nostra attuale “scienza” della natura umana è “elementare” e non promuove alcun benessere. Questa fede ingenua nella capacità della scienza di fornire risposte esaurienti a tutte le domande non era, ovviamente, insolita nel primo Novecento. Ma anche se l’entusiasmo intellettuale per l’approccio scientifico si è spento, lo zelo di Dewey verso un approccio scientifico all’educazione ha lasciato un segno indelebile nella teoria e nella pratica educativa.

Dewey lamentava che senza l’osservazione e l’analisi scientifica non si giunge a conoscere nulla di affidabile sul comportamento morale. Se vogliamo arrivare da qualche parte la scienza deve sostituire la guida religiosa o filosofica. Così egli privava l’educatore del compito tradizionale della formazione morale, ma lo sostituiva con un’ipotesi ambigua, ancora da esplorare. L’aula diventerà un laboratorio in cui si indaghi sulla moralità così come si possono fare esperimenti sull’elettricità, sulla patologia o sulla fisica. Nella pratica, a volte Dewey sosteneva che la moralità è la sperimentazione stessa, non l’oggetto da scoprire attraverso la sperimentazione. La deliberazione morale, osservava, procede attraverso la sperimentazione e la scelta morale non è più che “colpire semplicemente un oggetto nell’immaginazione” (Human Nature and Conduct, p. 190-193).

Una recente rubrica su Newsweek tenuta da un insegnante in pensione merita un’estesa citazione perché illustra le conseguenze dello sperimentalismo di Dewey nelle scuole di oggi. L’autore esprime la frustrazione di chi ha visto la classe diventare l’occasione per una sperimentazione incauta.

Non c’è mai stata un’innovazione o una riforma che abbiano aiutato i bambini a imparare meglio, più velocemente o più facilmente di quanto non sia stato fatto prima del ventesimo secolo. Credo che si possa sostenere che in quei tempi siamo stati al servizio del vero apprendimento più di quanto non lo siamo ora…. Ciò che mi preoccupa non è che gli educatori adottino nuovi metodi per aiutare i bambini a fare meglio, ma che non imparino dagli errori degli altri….

La strada vecchia è la strada migliore. …I movimenti riformatori come quello della Nuova matematica e del Linguaggio globale hanno lasciato dietro di sé milioni di bambini deprivati. Abbiamo sprecato miliardi di dollari dei contribuenti e costretto i nostri insegnanti a spendere innumerevoli ore in seminari per imparare a mettere in pratica queste mode. Ogni minuto che gli insegnanti hanno speso in strategie didattiche sbagliate (come la costruzione dell’autostima dei ragazzi, o l’azione come “facilitatori” che supervisionano i progetti) è tempo che avrebbero potuto dedicare all’insegnamento delle discipline…. Dovrebbero smettere di usare gli studenti come cavie e tornare a un metodo di insegnamento più tradizionale.

Le idee didattiche di Dewey sono più astratte rispetto agli ideali che egli condannava e respingeva con enfasi. La sperimentazione di Dewey significa che una teoria non dimostrata diventa un argomento di discussione in classe, il che ha condotto alla diffusione tra gli studenti di una lunga serie di pratiche non testate, spesso con risultati peggiori rispetto alla precedente teoria indimostrata. Queste idee sono talvolta più utili alle carriere professionali dei dirigenti scolastici e alla carriera universitaria di quanto non siano benefiche per gli studenti. Sebbene Dewey abbia regolarmente condannato l’educazione tradizionale per la sua buona disposizione verso gli “ideali”, ha contribuito a generare uno stile di vita accademico che è molto più inconsistente e che spesso è scollegato dai problemi dell’apprendimento. Dewey denunciava in Esperienza e natura (1925) che le idee e la scuola tradizionali sono ispirate da una “fantasia privata” o da una “distacco olimpico”; eppure, questo suo libro può essere considerato il più frustrantemente astratto di tutti i suoi testi. Lì Dewey sostiene che tutto ciò che sta al di fuori del suo ateo sistema materialistico di sperimentazione e verifica è “distante” ed “astratto”. “Egli afferma inoltre che l’educazione deve essere “concreta” e deve ricondurre alle “esperienze della vita ordinaria”. Eppure, egli giustifica il fatto che i sistemi scolastici siano gravati da oscure teorie pedagogiche basate su visioni illusorie della natura umana e concepite nell’ambiente artificiale delle “scuole-laboratorio”. (p. 436, 6, 7, 39).

L’entusiasmo di Dewey per aver trasformato l’aula in un campo di prova per la sperimentazione fornì la giustificazione per fare tutto ciò, fin da allora. Fare dell’educazione l’opportunità di una ricerca della novità teorica ha creato un divario sempre più ampio tra teoria e pratica, tanto che le teorie educative contemporanee sono spesso poco rilevanti per l’apprendimento reale.

L’esempio più eclatante della separazione surreale tra teoria e pratica dell’educazione è questo: sebbene egli abbia spiegato milioni di volte come insegnare agli studenti delle scuole elementari e medie, John Dewey era un insegnante di seconda categoria. Ha avuto difficoltà a mantenere la disciplina in entrambi i posti di insegnamento secondario che ha occupato e quando ha lasciato l’ultimo, a Charlotte, nel Vermont, “la gente del paese… è stata felice di vederlo partire” (secondo quanto riportano gli studi di Jay Martin, di George Dykhuizen e la testimonianza di Sydney Hook raccolta da Alan Ryan).

tratto da: Henry T. Edmondson III, John Dewey and the decline of american education. How the patron sain of schools has corrupted teaching and learning, ISI Books, Wilmington, 2006, pp.28-32.

L’argomentazione di Edmondson può essere utilmente riassunta così:

  1. Dewey ritiene che la scuola si dovrebbe occupare di insegnare solo dottrine sperimentate scientificamente, per rinunciare ad ogni tipo di dogma;
  2. tale ambizione di Dewey è riducibile a una forma di scientismo, dal momento che esistono molte cose degne di essere studiate che tuttavia non sono riducibili a scienze;
  3. il criterio di utilità è un altro pilastro del curriculo di Dewey, ed esso può aiutare a sostituire tutto ciò che si studia solo perché viene ereditato dal passato per tradizione. Ciò che è utile, secondo Dewey, non può non piacere agli studenti;
  4. tutto ciò conduce ad un inesausto sperimentalismo metodologico che ruota attorno alla raccolta di dati ed al conseguente abbandono dei libri di testo scolastici;
  5. dalla sperimentazione e dal metodo scientifico si dovrebbe arrivare alla conoscenza della vera natura umana, là dove l’epoca classica e il cristianesimo hanno fallito;
  6. le idee così promosse Dewey si rivelano impraticabili per svariate ragioni: sono più astruse ed oscure delle idee che pretendono di sostituire; attecchiscono rispondendo al mero bisogno di fare carriera di coloro che le adottano; non hanno mai funzionato nemmeno nell’esperienza personale di Dewey come insegnante.

2 Commenti

  1. Dewey identifica la tradizione con il dogma e la sperimentazione con l’innovazione. Non sa che la tradizione è l’insieme delle sperimentazioni riuscite e l’innovazione è il suo attuale sviluppo.

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